La Madonna di Częstochowa “arrestata” e poi “liberata”
Il Santuario polacco di Jasna Góra a Częstochowa, in Slesia, è uno dei luoghi di culto mariano più importanti dell’Europa orientale e ogni anno si stima un afflusso di quattro milioni di fedeli.
Fondato nel Medioevo e ricostruito sul finire del Seicento in epoca Barocca, conserva al suo interno la celeberrima icona con la Madonna nera col Bambino di Częstochowa, che secondo la tradizione venne dipinta direttamente dall’Evangelista Luca, il quale essendo contemporaneo alla Madonna, ne avrebbe copiato il vero volto. In realtà l’immagine è più tardiva e risale al periodo medioevale bizantino e portata dall’Ucraina a Jasna Góra nel 1382.
Poco sappiamo sul colore nero del suo incarnato, ma verosimilmente lo si deve ad un’alterazione chimica dei pigmenti utilizzati o ad alcuni strati di polveri e fumo che si sono depositati sulla superficie e che ne hanno contribuito ad oscurare la superficie pittorica (ricordiamo che altre Madonne nere sono presenti ad esempio nel Santuario di Einsiedeln nel Canton Svitto, nel Santuario di Loreto nelle Marche,…).
Nel corso della Seconda guerra mondiale, sulla scia del grande risveglio del culto mariano – nel 1854 risale il dogma dell’Immacolata e nel 1950 quello dell’Assunta -, si sviluppa la tradizione della Madonna pellegrina. Ricordiamo che a livello regionale il 3 marzo 1949 la venerata statua lignea policroma della Madonna del Sasso lasciò il Santuario locarnese per farvi ritorno il 3 luglio, ripercorrendo tutti i comuni ticinesi, quale simbolo di pace e concordia ritrovata dopo due conflitti mondiali devastanti. Siamo inoltre in un delicato frangente storico che coincide con l’inizio della Guerra fredda, che vede contrapporsi Stati Uniti e Unione Sovietica, andando a coinvolgere anche gli alleati delle due grandi potenze mondiali.
Nel 1956 il primate polacco Stefan Wyszyński si fece promotore di realizzare una copia dell’immagine miracolosa della Madonna di Jasna Góra e di farla peregrinare per il Paese. Fino al 1966 toccò tutte le parrocchie finché il regime iniziò a preoccuparsi per il programma spirituale che attorno a questo evento si stava costituendo. Le autorità comuniste dapprima cercarono di disturbare e ostacolare la partecipazione dei fedeli, finché decisero di “arrestare” la Madonna pellegrina, sequestrandola e riportandola a Varsavia in Cattedrale, chiusa in sagrestia davanti a una finestra con le sbarre. Il cardinale e arcivescovo Wyszyński non si perse d’animo e ordinò la ripresa del pellegrinaggio con la sola cornice vuota del simulacro. Così i fedeli al posto dell’immagine accoglievano la cornice.
Questo gesto altamente simbolico era segno evidente della mancanza di libertà religiosa in Polonia. Al contempo la cornice che idealmente delimita una superficie e la racchiude, diventa paradossalmente emblema di uno spazio interiore che ognuno di noi può immaginare liberamente, senza censure, rimodellandolo secondo la propria sensibilità spirituale e il proprio credo. La cornice che a prima vista definiamo limitazione, cesura, si trasforma ben presto in apertura, simbolo di una ribellione cultuale e religiosa.
Si tratta di un piccolo e semplice gesto dal valore rivoluzionario e di sfida al potere costituito: non è possibile venerare l’immagine mariana? Ecco che quest’ultima viene evocata attraverso il vuoto suggerito dalla sua cornice. Il “vuoto” diventa simbolo della presenza metafisica di qualcosa che va oltre il dato visivo e tattile. Tutto questo si protrasse fino la 1972 quando l’immagine venne “liberata” attraverso un “blitz”, capitanato da un prete e da due suore, che la trafugarono nella canonica di Radom (cittadina a 100 km da Varsavia). Rimasta nascosta per qualche giorno, l’icona “liberata” venne portata in processione da Karol Woytila, il futuro Papa Giovanni Paolo II.
Un’indagine giudiziaria da parte del regime non approdò a nulla: in quegli anni la leadership cercava stabilità politica, evitando uno scontro aperto con la Chiesa. Una semplice cornice, elemento marginale di una preziosa icona dal valore altamente cultuale e artistico, assurge a forte simbolo identitario e di aggregazione di un intero popolo, a pietra d’angolo, tanto da ricordarci la celebre parabola di Gesù (Mt 22, 23): “E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca frutti»”.
Edoardo Agustoni